giovedì 21 febbraio 2013

Due cose sul Giannino che ho conosciuto




Vivendo la campagna elettorale con cuore e occhi “australiani” ho, nei giorni scorsi, pubblicamente manifestato il mio apprezzamento per Oscar Giannino e per il programma di “Fare per fermare il declino”. Un paio di giorni dopo il mio personalissimo “endorsement” e’ successo il pasticcio che tutti conoscono e Giannino ha rassegnato le proprie irrevocabili dimissioni dal ruolo di presidente del suo movimento per aver, sostanzialmente, millantato titoli di studio che non possiede.
Non ha potuto, perche’ non e’ tecnicamente possible, annullare la propria candidatura, ma ha dichiarato che, in caso di elezione, il suo scranno sara’ messo a disposizione del partito, che decidera’ se lasciarglielo o darlo ad altri.
Credo abbia fatto bene e mi auguro che la coerenza di Oscar sia confermata anche in caso di successo elettorale. “Chi sbaglia paga”, ha detto il giornalista, ammettendo in toto uno sbaglio tanto veniale quanto, proprio per questo, imperdonabile.

Mi pare che la scelta di Giannino rappresenti, comunque, una novita’ apprezzabile.
Che chi sbaglia debba pagare, in Italia, non lo pensa ormai piu’ nessuno. Oscar Giannino dimostra con i fatti che invece e’ proprio cosi’ che dovrebbe funzionare.
E’ un vero peccato, pero’. Perche’ credo avesse i numeri per fare bene in una posizione di responsabilita’ e perche’ reputo, come ho ditto, il programma e la filosofia di “Fare per fermare il decline” cio’ che in questo momento storico piu’ si avvicinano alla mia sensibilita’ politica.
Ma tant’e’.

Prima di archiviare la pratica, pero’ vorrei raccontare qualcosa circa la mia esperienza personale con Oscar Giannino, che ho avuto il piacere di conoscere nel 2008, quando lui era direttore responsabile di Libero Mercato e io iniziavo con Alessandro Sallusti la mia avventura a L’Ordine, il piccolo quotidiano comasco sopravvissuto fino al giugno scorso.
Nei primi travagliati mesi di vita, L’Ordine ospito’ svariati interventi di Giannino, il quale dimostro’ sempre nei confronti del nostro piccolo e barricadiero giornale grandi disponibilita’ e professionalita’.
Pur essendo gia’ una delle penne economiche piu’ note d’Italia e, ovviamente, giornalista iper-impegnato, non fece mai , dico mai, un’obiezione quando chiamato da noi, anche a pomeriggio avanzato, veniva invitato a scrivere un pezzo su questioni poltico-economiche che potessero interessare il Comasco.
La cosa che mi stupiva, oltre alla sua incondizionata gentilezza, era che Giannino, pur non vivendo a Como, aveva una cognizione profonda della nostra realta’, sulla quale declinava agilmente le proprie convinzioni e conoscenze.
Con una chiarezza e una precisione che in pochi in Italia hanno, Giannino era in grado, in pochi minuti, di  individuare un problema comasco, metterlo a fuoco e fornire possibili soluzioni. Esattamente cio’ che da politico mi aspettavo potesse fare con il proprio movimento.
Il tutto condito da doti umane, credetemi, rarissime nell’ambiente giornalistico, specie ai livelli in cui si afferma da anni Giannino.

Insomma, il Giannino che ho conosciuto in tempi non sospetti e’ una delle persone piu’ competenti, universalmente colte e umanamente rassicuranti che abbia incontrato lungo il mio percorso professionale.
Proprio per questo, e’ giusto che ora si assuma le proprie responsabilita’ e paghi il suo errore.
Infatti, per il momento, non mi sta deludendo.

        

sabato 1 dicembre 2012

Torno un attimo per dire una cosa a Sandro

Sandro Sallusti (foto Lapresse.it)


In queste ore il mio ex direttore, Sandro Sallusti, è agli arresti domiciliari nella residenza di Daniela Santanché e sarà processato a breve per evasione dagli stessi.
Credo che la sua vicenda la conosciate tutti. Io stesso ne ho parlato su questo blog qualche post fa.
Il mio giudizio sull’intera questione non è cambiato.
In sintesi, credo che da parte di Sallusti ci siano stati evidenti errori, ma resto convinto che lo strumento detentivo sia sproporzionato alle sue colpe. Una sproporzione in senso ampio, che colpisce lui ma anche una professione che maneggia materiale delicato quali idee, opinioni e parole.
Ho conosciuto Sandro Sallusti quattro anni fa. Con lui e una bella squadretta di amici e colleghi ho avuto l’onore di mettere in piedi la breve ma intensa avventura giornalistica del quotidiano locale L’Ordine. Pochi mesi fianco a fianco con Sallusti mi hanno dato, professionalmente, più dei precedenti dieci anni di onorato servizio a Espansione Tv. E quando dico professionalmente parlo di abilità nel “pescare” e valorizzare la notizia, parlo di correttezza assoluta, parlo di autentica libertà editoriale (Sandro de L’Ordine è stato direttore prima di me ed è rimasto editore fino al giorno della chiusura del giornale nel giugno 2012). Una libertà, malgrado la dichiarata e trasparente faziosità del nostro foglio, che altrove ho faticato a trovare e a vedere.
Insomma, Sallusti, il Sallusti de L’Ordine, mi ha insegnato il mestiere.
Il Sallusti de Il Giornale non sempre, o meglio raramente, ha incontrato il mio favore. Dal caso Boffo in avanti, molte cose accadute sotto la sua direzione non mi sono piaciute.
Ma, vi parrà paradossale, il Sallusti editore de L’Ordine, dunque mio diretto datore di lavoro, non ha mai cambiato di una virgola il suo atteggiamento verso di me, concedendomi sempre la totale libertà di gestione del piccolo quotidiano e, casomai, lasciandomene sempre di più.
La regola di Sandro (direttore ed editore) era semplice: scriviamo sempre tutto ciò di cui siamo a conoscenza. Senza guardare in faccia a nessuno. E questa regola, nel faziosissimo Ordine, è sempre stata rispettata appieno.
Saperlo, oggi, nelle condizioni in cui si trova, umanamente mi angoscia e professionalmente mi avvilisce.
Ha scritto bene su Facebook il mio ex collaboratore de L’Ordine, Mario Taccone: “Forse il vero scandalo si annida tra due retoriche, uguali ed opposte. Tra il furore forcaiolo e il vittimismo strumentale. E' solo senza parlare di polizie giudiziarie e bavagli liberticidi che si può capire il colpo enorme inferto oggi al giornalismo italiano”.
La condotta post condanna di Sandro rientra in quella parte di linea politico-giornalistica che non può essere la mia.
Le retoriche “uguali e opposte” di cui parla Taccone sono il male che ha attanagliato il nostro claudicante Paese negli ultimi 25 anni. Al tramonto della guerra fredda, abbiamo avuto il genio di fabbricarcene una tutta nostra, ergendo muri interni che altri, nel frattempo, abbattevano.
Le colpe di tale marchiano errore vanno ovviamente suddivise tra più parti, e una di queste, forse la più importante, è rappresentata da Silvio Berlusconi, di cui Sandro è diventato novello ed energico sostenitore.
Credo che Sandro in tutta questa assurda vicenda, al di là di un possibile calcolo giornalistico, abbia deciso di non sollevare il piede dall’acceleratore per una serie di motivi: perché credeva davvero che il proprio caso avrebbe potuto portare a una riforma sulla legge che regola la stampa, perché è sinceramente convinto di essere vittima di un sopruso e perché è fondamentalmente un testone.
Ciò che probabilmente sta sottovalutando sono le conseguenze personali di una simile condotta, ma anche questo è tipico di Sandro Sallusti, il quale è un generoso e non conosce il significato della parola risparmiarsi.
Questa cosa, per me che gli voglio bene, è molto preoccupante.
Continuare a tirare la corda in questa assurda retorica della contrapposizione che non serve a nessuno. L’hai visto anche tu, Sandro: non serve ai politici, toppo ottusi o manigoldi per affrontare seriamente la questione. Non serve alla categoria dei giornalisti, che hai voluto dividere ancora una volta in fronti opposti. Non serve, infine, a te, che hai già dimostrato ampiamente di avere numeri e attributi: doti che ami, incomprensibilmente, sacrificare alla tua cocciutaggine.


Trasloco momentaneo in Australia



Comunicazione di servizio per chi segue questo blog.
Mi sono trasferito per qualche mese in Australia. Sto raccontando questa avventura su un altro blog che potete trovare all'interno del sito del Cittadino di Monza.
Il blog si chiama "10 ore" e 'indirizzo è questo: http://www.ilcittadinomb.it/blog/Blog/40/
Tranquilli, ci rivedremo qui un giorno.
Cheers

giovedì 8 novembre 2012

La Protezione civile lancia l'ennesimo allarme. Le luminarie natalizie sono a rischio!


Le striminzite luminarie di Como (foto tratta da Portaledicomo.it)

Anche quest’anno siamo alle solite: le luminarie natalizie sarebbero “a rischio”, causa la scarsa adesione all’iniziativa della loro installazione da parte dei commercianti.
Ora, sorvolando sulla taccagneria ormai cronica dei negozianti della città, e capendo bene che stiamo parlando di un evento meramente simbolico e scenografico, mi pongo e pongo qualche cortese domanda.

Le luminarie natalizie, specie quelle degli ultimi anni, sono poi così belle?
Secondo me, no.

Contribuiscono in maniera determinante a restituire alla gente, distratta per undici mesi e 23 giorni all’anno, un minimo di serenità e spensieratezza?
Secondo me, no.

Rendono il centro cittadino sensibilmente migliore dal punto di vista del decoro e dell’atmosfera complessiva?
Secondo me, no.

Hanno un ruolo fondamentale in chiave religioso-spirituale nelle coscienze di credenti e non credenti?
Secondo me, no.

Insomma, secondo me, sempre secondo me, e capisco la si possa vedere anche diversamente, le luminarie natalizie sono un ottimo strumento per incentivare le vendite. Il che, ovviamente, non è né blasfemo, né moralmente eccepibile. Semplicemente, se i negozianti comaschi non intendono tirar fuori pochi euro per averle sulla propria via, significa che non servono molto nemmeno a quello.

Morale: le luminarie sono a rischio? Echissenefrega.

   

martedì 6 novembre 2012

San Martino, il tesoro sprecato di Como

C'è un luogo, a Como, che è semplicemente meraviglioso. E' la collina del San Martino. Un immenso parco che ospita alcune strutture sanitarie e che potrebbe davvero essere una risorsa grandiosa per la nostra città. Invece, è pressoché dimenticato
Guardate le foto qui sotto. Bastano queste per rendersi conto della bellezza che Como, tanto per cambiare, sta sprecando



Ogni altro commento è superlfluo. Sindaco Lucini, faccia qualcosa per restituire ai comaschi questo bendiddio. Grazie





domenica 4 novembre 2012

Alfano trema. Acelti scende in campo per le primarie del PdL

Primarie nazionali PdL.
Allora, ricapitolando: Angelino Alfano, Daniela Santanché, Giancarlo Galan, forse Roberto Formigoni, forse Gianni Alemanno. Ah, e Giovanni Acelti.
Come, Acelti chi?
Acelti! L'ultimo tra i non eletti del PdL a entrare, nel mandato Bruni, in consiglio comunale a Como. Bottino personale: 55 preferenze.
Per candidarsi alle primarie, di firme gliene servono 10mila.
Ogni suo elettore deve raccoglierne soltanto 181.
Secondo me, ce la può fare.
Per chi non lo conoscesse, questa (http://www.facebook.com/acelti?fref=ts) è la sua pagina Facebook.

Como guadagna Malpensa. E pure due duomi

Foto tratta da Varesenews.it



Oggi il quotidiano La Provincia ci suggerisce questa suggestione:

Con la nuova provincia

Como guadagna Malpensa

Malpensa Una rivalsa della storia che per Como arriva sulle ali degli aerei: Como avrà un aeroporto. Anzi, molto di più, un hub intercontinentale, Malpensa. 
È uno degli effetti della "grande provincia", composta dai territori di Como, Lecco e Varese, la provincia storica che torna com'era prima del 1927. In quell'anno, Varese si staccò da Como ed andò per conto suo.
Adesso, è di nuovo matrimonio e la dote della riunificazione consiste, tra l'altro, nell'aeroporto della Malpensa che dunque apparterrà alla provincia di Como.Una rivalsa della storia, appunto, se così si vuol chiamare, benché non sia il caso, in quanto la Provincia vasta rappresenta una  grandissima sfida per un futuro con meno sprechi e più efficienza dei servizi.
Ma per molti anni, amministrazione provinciale e Camera di Commercio di Como chiesero di partecipare da protagonisti e non da oggetti marginali di indotto al "piano d'area" di Malpensa, voluto dalla Regione nel 1999, con validità per dieci anni, prorogabile”.

Vabbè, allora, visto il tenore del dibattito, diciamo che Como guadagna pure il duomo di Varese e quello di Lecco.
Malpensa era un Hub internazionale anche nella provincia di Varese. Se da queste parti avessimo trovato il modo per sfruttarlo meglio (invece è stato declassato), nessuno lo avrebbe impedito.
Circa il concetto di “guadagno” derivante della presenza dell’aeroporto, basta farsi un giretto tra i capannoni semideserti adibiti a parcheggi per gli utenti per avere un’idea della crisi e della desolazione in cui versa lo scalo intercontinentale.

Cioè, di queste “rivincite della storia”, ne faremmo francamente a meno.



mercoledì 31 ottobre 2012

Meglio Renzi o...?


Matteo Renzi (Foto di News-24.it)














Meglio Bersani o Renzi? Meglio Bersani.
Meglio Bersani e l’apparato del Pd che lo sostiene o Renzi? Meglio Renzi.
Meglio le molte idee di Bersani o le poche di Renzi? Meglio le poche di Renzi.
Meglio Renzi o Berlusconi? Meglio Renzi.
Meglio Renzi o Alfano? Meglio Renzi.
Meglio Renzi o Tremonti? Meglio Renzi.
Meglio Renzi o Daniela Santanché? Meglio Renzi.
Meglio Renzi o Vendola? Meglio Renzi.
Meglio Renzi o Grillo? Meglio Renzi.

Non mi è simpaticissimo, ma mi sa che alle primarie voto Renzi.


sabato 27 ottobre 2012

Lucini, le paratie e i suoi "carnefici"





Non sarà facile per il sindaco Lucini tirarsi fuori dal pantano delle paratie. Se, poi, pensa di andare avanti così, non farà altro che complicarsi la vita.
Brutalizzando un po’ la complicatissima questione, Lucini vorrebbe fare marcia indietro sul progetto, realizzando il secondo e il terzo lotto in maniera differente e meno “invasiva” da come erano stati pensati dall’amministrazione Bruni, o meglio, da Fulvio Caradonna.
Tecnicamente, cambiare in corsa la filosofia complessiva di un’opera così imponente non è cosa semplice. Non so neanche se sia possibile. Se a ciò aggiungiamo il fatto che il primo lotto, tra muri eretti e poi abbattuti, scalinate di granito che sprofondano nel lago, contestazioni reciproche tra Comune e ditta esecutrice dei lavori (Sacaim), non è stato ancora portato a termine, capiamo bene che la patata nelle mani del sindaco è di quelle roventi.
Il fatto è che Lucini resta sospeso, anche suo malgrado, tra un passato devastante (i cui frutti abbiamo sotto gli occhi) e un futuro troppo incerto.
Il paradosso principale di tutta questa vicenda sta nel fatto che per uscire dalle secche Lucini si sta appoggiando sui due dirigenti comunali che, con responsabilità diverse, hanno gestito il cantiere a lago fino ad oggi. Parlo degli ingegneri Viola e Ferro, rispettivamente Direttore dei lavori e Responsabile del procedimento dell’opera di cui stiamo parlando.
Ora, con tutta la buona volontà, è assai improbabile che siano proprio gli stessi Viola e Ferro, coloro che hanno sposato e gestito il progetto esistente (modificato da due grosse perizie di variante), a innestare la retromarcia per demolire quanto pensato, voluto e fatto sin qui sotto la loro supervisione.
La cosa è anche relativamente comprensibile. Se i due tecnici hanno proseguito in questi anni lungo una direzione ben chiara, avranno avuto i loro buoni motivi. Motivi che, evidentemente, non è detto che debbano essere venuti meno solo perché nel frattempo è cambiato il sindaco.
Insomma, Lucini è nelle mani dei suoi stessi “carnefici”, per usare una metafora, e dovrebbe chiedere loro non solo di pentirsi ma, addirittura, di aiutarlo a liberarsi del loro giogo.
Francamente, mi pare altamente improbabile che ciò accada.
Il problema è che la condotta sin qui seguita ha ridotto il lungolago a una cosa pietosa. È un dato di fatto.
Consapevole di questo paradosso, Lucini sta tentando la carta della paura. Una carta, a mio modo di vedere, sbagliata. Sta cercando di dimostrare che il progetto debba essere modificato soprattutto in quanto dannoso per la tenuta complessiva della riva, con evidente pericolo per la sede stradale e per il palazzi che danno sul lungolago.
Per far ciò ha dato incarico ad alcuni geologi dell’Università dell’Insubria di esaminare la questione. I primi risultati sono arrivati a spizzichi e bocconi, e ancora una volta Lucini ha dimostrato evidenti limiti in fatto di comunicazione. Prima ha lasciato filtrare l’indiscrezione che il lungolago, nel tratto dai Giardini di ponente a piazza Cavour, sarebbe sprofondato di ben 4 centimetri negli ultimi due anni, a causa, appunto, della realizzazione del primo lotto delle paratie, poi ha confermato in maniera un po’ confusa la notizia, senza mai, però, esibire i documenti che attestino il nesso tra il cantiere e il cedimento rilevato dal satellite. Satellite utilizzato dai ricercatori dell’Insubria per analizzare la situazione.
Morale: non è ancora possibile sapere con certezza se il cedimento sia realmente dell’entità di cui si è parlato, se riguardi la sola sede stradale oppure anche i palazzi, e se dipenda dalle opere sin qui realizzate. Pare sia così, ma non vi sono, al momento, certezze.
Un pasticcio, insomma. Pasticcio simile ad altri episodi, in cui l’amministrazione in carica, sempre per un difetto di comunicazione e di chiarezza, è riuscita spesso nell’impresa di complicarsi maledettamente la vita.

Come se ne esce? Bella domanda. A quanto pare, la Regione Lombardia, giocando di sponda, sta facendo orecchie di mercante su una serie di richieste avanzate dallo stesso Lucini. Intanto, rifiuta di pagare i 2,8 milioni di euro che Sacaim rivendica per una serie di contestazioni (tecnicamente si chiamano riserve) mosse in fase di realizzazione delle opere. Trattandosi di una somma definita in sede di arbitrato (Sacaim ne chiedeva sette di milioni di euro) e derivante sostanzialmente da carenze colmate in corso d’opera dalla stessa impresa, la Regione dovrebbe mettere mano al portafogli, saldare il debito e chiudere la questione. Invece, non lo fa.
Ma da Milano pare non siano per nulla d’accordo nemmeno sulla revisione del progetto secondo l’idea che ha in mente Lucini, il quale ha chiesto di riconsiderare anche la quota minima garantita contro eventuali esondazioni, abbassandola rispetto alle ipotesi iniziali che la fissavano in cm 200.30 sullo zero idrometrico. Anche su questo punto, tra sindaco e Regione è scontro totale.

E qui torniamo al punto di partenza: chi dovrebbe fare il possibile per convincere funzionari e dirigenti regionali della necessità di invertire la rotta sono gli stessi capitani che la nave l’hanno condotta sin qui, ovvero il duo Viola - Ferro. Paradossale, appunto.
Per questo, credo che il problemaccio possa essere risolto soltanto con le armi della politica. Se pensa davvero di poter affrontare il braccio di ferro con meri argomenti tecnici, Lucini ha già perso in partenza. Anche perché il sindaco, evidentemente, è solo contro tutti.



giovedì 25 ottobre 2012

Grazie-a-dio ci sono i vigili urbani



Grazie-a-dio ci sono i vigili urbani di Como a salvarci dai banditi più spietati.
È dell’altro giorno la notizia che un venditore abusivo di rose (chi non si è mai spazientito al ristorante per l’insistenza di questi feroci criminali?) è stato pizzicato dai nostri valorosi “ghisa” ed è stato multato con ben 3mila euro di ammenda. Le mani, dovevano tagliarli. Altro che multa!
Due giorni fa, poi, una mia amica è incappata in un posto di blocco (l’assetto prediletto dai dinamicissimi agenti della polizia locale) e si è resa conto di non aver pagato l’assicurazione dell’auto. Ma vi rendete conto? Una pazza, una pericolosa e criminale! Pure lei! Bene han fatto a sequestrarle l’auto (attrezzata per il trasporto della figlia disabile e unico mezzo a sua disposizione) e a spararle 800 euro di multa, cui si sono aggiunti altri 200 euro di carro attrezzi.
Eh sì, cara la mia cocca. Me ne frego se sei una mia amica: sei stata sbadata? Paghi!
Davvero, dopo questi due episodi mi sento decisamente meglio.
E chissenefrega, in fondo, se poi la sera il centro storico è terra di scorribande di ragazzetti con l’hobby del vandalismo e dell’alcolismo molesto. Quelli posiamo tranquillamente tollerarli. Infatti, dopo le 20, non vedi in giro un vigile manco a pregare la Madonna. 
Oh, mica tutti i vigili sono zelanti e pronti a tutto, purtroppo. Qualcuno che si nasconde ancora dietro alla trita e ritrita scusa del “buonsenso”, ahimè, c’è ancora. Anzi, le mammolette sono ancora la maggior parte di loro, temo.
Ma, per fortuna, ci sono di quei duri, ragazzi. Gente che non guarda in faccia a nessuno. Soprattutto agli omini delle rose e alle donne sbadate (furfanti della peggior specie). 
Giuro, mi sento benissimo. Sicuro, tutelato, confortato dalla stoica presenza del corpo della polizia municipale, mirabilmente condotto da anni dal comandante Vincenzo Graziani.
Come dite? Quello imputato nel processo per un concorso (dei vigili) truccato? Sì, proprio lui. Eh vabbe’, starete mica a guardà tutto? 

lunedì 22 ottobre 2012

Con tutti, ma non Monza! Con chi andremo? Con Monza, ovviamente

Foto tratta da www3.varesenews.it


Ricapitoliamo. Nel riordino delle province, Como non voleva assolutamente finire con Monza. Non ho ancora ben capito il perché, ma andavano bene tutti, purché non fosse Monza.
Politici, uomini dell’economia, giornali grandi e piccini: tutti uniti in una sorta di crociata lariana anti Monza. Tant’è che il sindaco Lucini, sull’onda del tifo da stadio, era riuscito a far digerire al Consiglio delle autonomie locali (Cal) una proposta che vedeva Monza andare per i fatti propri, mentre Como sarebbe rimasta insieme con Lecco e Varese.
Di quella proposta il governo ha fatto, a quanto pare, una bella palla di carta e l’ha gettata nel cestino più vicino, accorpandoci, guarda un po’, proprio a Monza e a Varese, per la gioia dei lecchesi rimasti esclusi dal “mega provincione”.
La decisione definitiva sarà presa in novembre, ma se le cose non cambieranno e l’indiscrezione del Corriere della Sera troverà conferma, saremo di fronte all’ennesima figura di palta. Situazione ahimè non nuova, che suggerisce qualche semplice domanda immediata.

Caro sindaco Lucini, invece di portare avanti campagne campanilistiche, buone per la pancia dell’elettore medio ma prive di strategia, non era meglio fin dall’inizio trovare il modo per rendere la forzata unione con Monza il più possibile vantaggiosa per il nostro territorio, invece di fare tanto baccano per poi subire (tanto per cambiare) una decisione presa da altri e a noi indigesta?

Cari parlamentari comaschi (Alessio Butti e Chiara Braga) dove siete stati mentre il dibattito sul futuro della provincia prendeva, nei circoli e sulla stampa, la grottesca piega da bar cui abbiamo assistito fino all’esito, prevedibile, che abbiamo sotto gli occhi?

Cari consiglieri regionali comaschi (Gianluca Rinaldin, Dario Bianchi, Luca Gaffuri e Paola Camillo), leggete la domanda qui sopra e datevi una risposta. Poi, gentilmente, datela anche a noi.

Caro Pd, visto che in maniera un rocambolesca si è trovato ad avere il sindaco di Como, perché non ha gestito politicamente la questione del riordino delle province, in modo da avere una visione di insieme del tema e suggerire, magari, qualche buona strategia di ampio respiro al “leggerino” Mario Lucini?

E, infine, un po’ a tutti: ma cos’è, i monzesi c’hanno la rogna?






giovedì 18 ottobre 2012

Il PdL volta pagina. Con Bruni, Tambini e Gaddi. Roba de matt


Nella foto tratta da Quicomo.it da sinistra: Maria Stella Gelmini, Daniela Santanché, Roberto Formigoni, Laura Bordoli, Ignazio La Russa, Sergio Gaddi, Alessio Butti e Mario Mantovani. Il Gota del PdL lombardo

Poi ci credo che Grillo schizzi al 17% o che un Rapinese qualunque possa arrivare a prendere il 9% alle comunali.
Avete letto i nomi che girano in vista delle elezioni anticipate (si parla di dicembre) per la Regione Lombardia? La Provincia ne fa alcuni, e c’è da cappottarsi.
Nel Pd, manco a dirlo, in pole position resiste Luca Gaffuri. Reduce da un mandato e mezzo in consiglio, il consigliere di Albate, a quanto pare, è affezionatissimo al Pirellone. Avendo fatto sempre l’opposizione, ci può stare, anche se è del tutto evidente che il Pd comasco non sia partito in grado di formare classe dirigente giovane. E questo limite non è affatto trascurabile.
Ma sono i nomi del PdL a fare accapponare la pelle.
Cioè, qui si parla di Stefano Bruni, di Patrizio Tambini, di Sergio Gaddi.
Giorgio Pozzi non lo prendo in considerazione, mi pare davvero impossibile.
Partiamo da Gaddi. Tra i tre è sicuramente quello la cui eventuale candidatura avrebbe il maggior senso. Ciò sarebbe vero, però, se questa non avvenisse dentro il PdL.
Gaddi, per chi non lo sapesse o l’avesse scordato, ha corso alla carica di sindaco di Como alla guida di una lista propria e in contrapposizione al PdL. Chi è stato lettore de L’Ordine, sa bene che ho sempre fatto il tifo per quella sua scelta coraggiosa. Ma proprio alla luce di quella avventura, una sua candidatura al Pirellone (peraltro probabilmente debole su scala regionale), sarebbe quantomeno contraddittoria. D’altro canto, una corsa al di fuori di un partito risulterebbe alquanto velleitaria. Insomma, per il buon Sergio non è cosa, c’è poco da fare.
Ma se per la sua candidatura sarebbe in gioco la coerenza, con Bruni e Tambini sfioriamo il ridicolo.
A parte il piccolissimo particolare che entrambi incarnano i vertici del ramo comasco del sistema che proprio in questi mesi è andato in crisi totale: ovvero la cosiddetta galassia  politica-Cielle-Cdo. I “figliocci” di don Angelo Gasparro interpretano pienamente, in salsa comasca, il paradigma politico di Roberto Formigoni, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.
È un dato di fatto che lo sgretolamento di quel paradigma sia tra le cause principali della crisi formigoniana. Che debbano essere i suoi principali testimoni lariani a presentarsi agli elettori di centrodestra risulta, francamente, paradossale.
Detto ciò, quel che è ancor più bizzarro è che il bacino elettorale considerato a lungo il Mugello del centrodestra sia stato letteralmente demolito proprio grazie ai nomi suddetti, cui va aggiunto quello, dalle maggiori responsabilità in assoluto, di Alessio Butti.
L’asse instaurato negli ultimi due anni tra il sindaco uscente Bruni e i due capetti locali del partito, Butti e Tambini, ha portato al crollo devastante che tutti conosciamo. Laura Bordoli, candidata piediellina a Palazzo Cernezzi, ha rimediato uno sconcertante 13,3% al primo turno, per poi essere spazzata via (75% contro 25%) al ballottaggio da Mario Lucini. Una batosta in cui la signora ha avuto responsabilità residua. Il conto va presentato ai suddetti Butti, Bruni e Tambini.
Che il PdL sia un partito finito non lo dicono i quotidiani scandali giudiziari che lo stanno flagellando, ma, per restare a casa nostra, il semplice fatto che le candidature alle prossime regionale saranno ancora affare del senatore/coordinatore e del su fidato scudiero. I quali, ancora una volta, dovranno ragionare sui soliti Bruni e Gaddi. Con buona pace dell’elettore moderato comasco.



lunedì 15 ottobre 2012

Le regole sono regole. Comprese quelle tricologiche


Kevin e la sua lunga chioma (foto tratta da blog.libero.it)

Stiamo perdendo il valore della semplicità.
Kevin, ragazzino dai capelli lunghi un metro, non viene accettato a scuola (l’Istituto Casnati, indirizzo Aeronautica) perché il suo look non è considerato in linea con i criteri di decoro adottati dalla scuola.
Posizione antiquata, una dirà. In assoluto sì. Nello specifico, fino a un certo punto.
Il Casnati è un liceo privato. Una scuola che una volta si sarebbe chiamata collegio.
Chi ci va paga fior di quattrini in cambio di servizi e di regole. Tra queste regole, uguali per tutti, vi è anche l’obbligo per gli studenti di mantenere un look decoroso.
Ora, sul concetto di decoro potremmo leggere interi trattati e non venirne a capo.
Fermiamoci al fatto che il direttore della scuola ha chiarito che per il Casnati quei capelli sono troppo lunghi. Quindi, al Casnati, il decoro ha contorni ben definiti in fatto di chiome ribelli.
Kevin non vuole saperne di tagliarli e, sostenuto dal padre (che già lo vede, per sua stessa ammissione, proiettato più che nei cieli dello spazio in quelli dello star-system) vuole a tutti i corsi frequentare quel corso di aeronautica. Ne è nato un braccio di ferro, di cui il quotidiano La Provincia nei giorni scorsi ha dato ampio conto, difendendo, tramite un bel fondo firmato da Mario Schiani, il diritto di Kevin (mi auguro almeno che il nome sia in onore di Shwantz, mitico asso delle due ruote) di tenersi la zazzera e sognare di pilotare un missile.
Sarò ottuso, ma a me la questione pare limpida.
Se Kevin vuole entrare nella scuola privata Casnati ha un solo modo per farlo, accettarne le regole interne, comprese quelle “tricologiche”.  Se non gli piacciono, e vuole arrivare a quota 12 metri di chioma, liberissimo di farlo. 
Vorrà dire che invece di imparare a pilotare un aereo si dedicherà alla tessitura. Dei suoi capelli ovviamente. 

P.S. Chi scrive ha avuto (a fasi alterne ed escluso l'intervallo del servizio militare) i capelli lunghi alle spalle fino all'età di circa 30 anni. Poi, ha dovuto fare una scelta. E li ha tagliati. 

mercoledì 10 ottobre 2012

A Campione la solidarietà non esiste. Salmoiraghi docet

Roberto Salmoiraghi (foto tratta da tio.ch)


“A Campione d'Italia la solidarietà non esiste”, mi confessò una volta Roberto Salmoiraghi in un’intervista.
L’ex sindaco dell’enclave e amministratore delegato del Casinò sapeva bene di cosa stesse parlando. Prima di diventare uomo del senatore Alessio Butti, nella cerchia di Alleanza Nazionale, Salmoiraghi aveva bazzicato il Psi, partito che, al di là della deriva furfantesca che tutti conosciamo, era pur sempre socialista.
E che sapesse perfettamente cosa stesse dicendo lo capiamo a maggior ragione oggi, con Salmoiraghi, trombato alle ultime amministrative e, dunque, consigliere comunale di minoranza, alla guida di un manipolo di rivoltosi sotto il municipio per chiedere a gran voce le dimissioni del sindaco, Marita Piccaluga.
Cosa c’entra la politica con la solidarietà, vi chiederete? C’entra eccome.
Motivo di tanta tensione (nelle proteste di piazza l’attuale amministratore delegato della Casa da gioco, Carlo Pagan, è stato colpito con un pugno) è un accordo sindacale, già sottoscritto dalle parti sociali in Regione Lombardia, che prevede, pur di salvare tutti i 210 esuberi causati dalla crisi profonda in cui versa il Casinò, una riduzione generale delle paghe.
In altre aziende, in aziende normali, questo strumento si chiama “contratto di solidarietà”: rinunciamo tutti a qual cosina, ma conserviamo l’occupazione. 
Semplice. Persino nobile, ammirevole.
Non a Campione, dove la solidarietà, come diceva Salmoiraghi, non esiste.
All’assemblea dei lavoratori della Casinò, l’altro giorno l’accordo suddetto è stato sonoramente bocciato: stando ai dati riportati da La Provincia, 275 no hanno schiacciato 192 voti favorevoli alla riduzione delle paghe.
Parliamo di stipendi, per capirci, che nei casi più umili si aggirano sui 2000 euro al mese.
Conosco personalmente qualcuno dei 192 dipendenti del Casinò che, ragionevolmente, hanno votato per l’accordo.
L’altro giorno uno di loro mi ha confidato: “Là sono tutti pazzi. Non hanno capito che la nave non sta affondando, è già affondata. Eppure continuano a difendere privilegi assurdi. C’è chi si lamenta perché non vuole che gli si tocchi una busta paga da 5-6mila franchi al mese (5500 euro). Roba da matti”.
La nave è già affondata sul serio. Sempre leggendo La Provincia si scopre che il deficit del Casinò si attesta sui 90 milioni di euro. E il trend pare irreversibile.
Con l’avvento del gioco on-line e la concorrenza di altre strutture, il Casinò di Campione ha, grazie al cielo aggiungo io, perso molta della sua importanza.
A fronte di un debito enorme, per la costruzione della nuova mostruosa sede, il bilancio campionese sta letteralmente andando a rotoli. Un’altra qualsiasi azienda non sostenuta da denaro pubblico sarebbe già fallita da un pezzo.
Ma chi ci lavora ed è retribuito più che profumatamente non lo capisce. O meglio, non lo vuole capire.
A Campione la solidarietà non esiste. Salmoiraghi docet.


lunedì 8 ottobre 2012

Il palo dell'assessore Gerosa

L'assessore alla Mobilità, Daniela Gersosa (foto comune.como.it)


L’assessore comunale Daniela Gerosa è tra quelli della giunta Luicini che più di altri hanno deciso di lanciare immediatamente una serie di messaggi chiari e forti ai comaschi. Occupandosi, tra l’altro, di Mobilità, la ragazza si rivolge spesso a chi per i propri spostamenti utilizza un mezzo di trasporto.
La tecnica dei provvedimenti eclatanti può avere un senso, a patto, scusate il gioco di parole, che questi non travalichino il buon senso.
Può andar bene, allora, riesumare un segmento di corsia preferenziale lungo 200 metri in via per Cernobbio, anche se praticamente serve a nulla se non si ripensa l'intero Borgo Vico. Va bene pure riservare via Milano ai soli mezzi pubblici e ai residenti dalle 7 alle 9 del mattino, anche se si intasa un po’ di più la Napoleona. E non è blasfemo eliminare qualcun altro dei pochi parcheggi gratuiti rimasti in città, anche se in assenza di un Piano generale della sosta tale manovra ha il solo effetto di svuotare ulteriormente le tasche dei comaschi.
Non va bene, invece, non va per nulla bene, piazzare un palo spartitraffico in mezzo a una strada quale via Briantea, nella zona della città nota con il nome di San Martino.
Il palo in questione, completo di cartello segnaletico è, in realtà, un evidente pericolo per chiunque vi passi vicino, in special modo per i motociclisti.
Non serve essere un esperto di mobilità per capirlo.
A conferma di questa mia preoccupazione è arrivata, oggi, attraverso un comunicato stampa, la difesa del palo da parte dell’assessora, la quale, commentando la notizia di un incidente avvenuto nei pressi del nuovo spartitraffico si è affrettata a chiarire che il motociclista coinvolto non sia caduto, pur essendoci passato vicino, a causa della specie di lampione che il Comune ha piazzato in mezzo alla strada. Mi fa piacere, ma la notizia non risolve la questione.
La teoria enunciata dalla Gerosa sulla carta non fa una grinza: se automobilisti e motociclisti rispetteranno il Codice della strada, non correranno alcun pericolo con quel palo.
Siamo di fronte alla classica posizione da “professorina”, che pone le basi di scelte pratiche su considerazioni meramente teoriche e, soprattutto, difficilmente riscontrabili nella realtà.
Siamo tutti d’accordo che a 50 all’ora sia senz’altro più facile vedere ed evitare il lampione in questione, ma è altrettanto vero che, nella realtà terrena, praticamente nessuno è portato, in quel punto, a rispettare il limite di velocità. Uno dice: il Codice andrebbe rispettato. Giusto. Ma lo strumento per farlo rispettare può essere forse un elemento di pericolo creato ad hoc?
Il palo, dunque, deve fungere da dissuasore di velocità? Francamente, mi pare un tantino pericoloso. Più pericoloso della velocità stessa assunta dai veicoli. 
Già che c’era, la signora Gerosa poteva prevedere un fossato al posto del palo. Ché chi arrivava in via Briantea un po’ troppo spedito ci finiva dentro e non c’era manco bisogno di star lì a fare i rilievi. Si copriva con un po’ di terra e buonanotte.

Il giornalista diffama deliberatamente? Semplice, cambi mestiere


Immagine tratta da Controcampus.it

Mentre i nostri parlamentari ci stanno ragionando sopra (c’è da avere i brividi al solo pensiero) la questione Sallusti resta aperta.
Premesso che grazie al cielo il direttore de Il Giornale (non ho capito se Sandro si è dimesso, se si è dimesso a salve, o se c’ha ripensato) difficilmente finirà in galera (dopo la confessione tardiva di Farina potrebbero aprirsi le porte per la revisione del processo), resta sul piatto il vero, almeno secondo me, nodo della questione: è giusto che un giornalista che incappi nel reato di diffamazione rischi il carcere?
Come ho scritto nel recente passato, secondo me no. La prigione è una pena che considero eccessiva. In assoluto.
Detto ciò, sarebbe sbagliato ignorare i sacrosanti diritti di chi si trova ad essere diffamato.
Ora, c’è modo e modo e modo per diffamare una persona.
Intanto, va distinto il reato colposo da quello doloso.
Se viene pubblicata una notizia falsa e lesiva della reputazione altrui, generalmente, a meno di evidenti elementi che dicano il contrario, siamo nel campo della colpa, non del dolo. Dell’errore, per capirci. Non dell’attentato.
In questi casi, il minimo che un giornale dovrebbe fare sarebbe la cosiddetta rettifica. Rettifica, come già oggi è contemplato, che dovrebbe avere lo stesso risalto della notizia diffamatoria.
Uso i condizionali perché, oggettivamente, non sempre ciò avviene. Il caso Sallusti testimonia quanto dico: se Libero, come altre testate hanno fatto, avesse rettificato la notizia falsa data in prima battuta e da cui è derivato il delirante commento di Betulla-Farina sotto pseudonimo, la denuncia per diffamazione non sarebbe nemmeno partita.
Nel caso di reiterata mancata rettifica, la diffamazione si trasforma automaticamente da colposa a dolosa.
Come sarebbe doloso un articolo, per fare un altro esempio inequivocabile, in cui si afferma che Tizio è pedofilo senza averne la benché minima prova.
Ecco, in questi casi estremi, il tema della pena per il giornalista, o il giornale, diffamatore cambia aspetto.
Che fare, quindi, in simili circostanze? È sufficiente comminare multe anche salatissime alle testate e ai giornalisti responsabili del misfatto?
Intanto, va detto che le multe salate non piacciono a nessuno. Non esiste editore che possa permettersi di infischiarsi dei risarcimenti dovuti a terzi. È vero che in questo modo le piccole testate sono e saranno oggettivamente meno libere di quelle maggiori, dalle spalle più larghe e provviste, spesso, di uffici legali interni impiegati a tempo pieno sulle cause legali. Ma è altrettanto vero che la spada di Damocle della galera toglie libertà di espressione indistintamente a tutti: grandi e piccoli.
Cosa fare, dunque?
A mio modo di vedere la soluzione estrema, per diffamazioni estreme, tipo l’esempio del pedofilo appena fatto, dovrebbe prevedere la radiazione dalla professione. Una radiazione vera, però, non alla “Farina-Betulla” per capirci.
Uno dirà: ma è illiberale vietare a una persona di scrivere. Vero. Ma nella pena è insita uno quota di illiberalità. Non esisterebbero le carceri altrimenti. La famosa e tanto rivendicata certezza della pena dovrebbe essere una realtà anche per i giornalisti.
Un giornalista radiato potrebbe continuare a esprimere le proprie opinioni, ad esempio, aprendo un blog, come questo. Nessuno potrebbe vietarglielo.  
Insieme con la radiazione del giornalista dovrebbe però essere prevista anche l’eventuale sospensione della pubblicazione della testata. Altra soluzione profondamente illiberale, lo ammetto, ma probabilmente necessaria in caso di diffamazione reiterata e aggravata.
Torno all’esempio limite: se Tizio si trova scritto in un bel titolone di giornale di essere pedofilo e non lo è, chiede una giusta rettifica che, però, non viene fatta, sarebbe giusto sospendere la pubblicazione di quel giornale.
L’unica minaccia che editori, direttori e giornalisti potrebbero ascoltare sarebbe questa: il divieto di uscire in edicola, con conseguenti danni sia economici sia di immagine.
Non vedo molte altre alternative, francamente, per casi di diffamazione grave.
Per la maggior parte dei casi, invece, quasi sempre attinenti la sfera del reato colposo (dell’errore), la sede civile dovrebbe essere l’unica adatta a dirimere le questioni, magari attraverso l’utilizzo di meccanismi più snelli rispetto alle attuali estenuanti dinamiche della giustizia, quali arbitrati o simili.