venerdì 11 aprile 2008

UN GIORNALISTA LIBERO


Questo è uno degli editoriali che Indro Montanelli ha pubblicato sul suo “Giornale”.
Secondo me è il più bello.
Sono, per usare la sua definizione, parole di un impenitente conservatore che contro i socialisti si è sempre battuto.

Eppure, ciò che emerge da queste parole è semplicemente il pensiero di un giornalista libero.


Su, fratello su, compagno.
12 febbraio 1993

Il Partito socialista italiano si scioglie in seguito alle vicende di Tangentopoli e al conseguente crollo elettorale. Era stato fondato nel 1892 a Genova.


Spartaco Lunardi è morto tre giorni orsono. Aveva novantatré anni, e la sua scomparsa non fa notizia. Nel darmela, la figlia Proletaria mi ha detto: “Stava bene, l’ha ammazzato l’amaro”.
Il padre, vecchio anarchico, gli aveva dato quel nome barricadiero forse sperando che stingesse sul carattere del ragazzo. Ma non fu esaudito. Spartaco crebbe mite. Di vocazione prima ancor che di cosciente scelta, fu socialista, ma di un socialismo romantico e missionario, che lo indusse a interrompere gli studi, dove pure brillava, alle secondarie: disse al padre, consenziente, che non voleva emergere sui compagni, ma mettersi al servizio dei meno dotati. Coi risparmi che faceva come garzone di bottega – di tutte le botteghe del paese: di fabbro, di falegname, di ciabattino, di sarto -, aveva messo su una biblioteca circolante, che era una delle sue fissazioni: l’altra era la scuola serale. Diceva che la lotta di classe si fa coi libri, e che non ci voleva molto a vincerla perché “i signori leggono poco, e i loro figli ancora meno”. Ma lo diceva senza acredine, né disprezzo. Anzi, quando un figlio di un signore – qual ero considerato io per il babbo preside – si offriva di collaborare, andava in estasi come un prete che avesse conquistato un’anima. Per salvarla dalla miseria, aveva sposato la vedova di un compagno di suo padre, anarchico anche lui, e ne aveva adottato le due figlie. Per mantenerle, si stracanava di lavoro dall’alba a buio, ma non c’era stanchezza che gli facesse bigiare la scuola dove anch’io, quando tornavo in città, ero precettato. Nel ’35 i fascisti la chiusero perché Spartaco si era rifiutato di adeguarla all’epica dell’impresa abissina. La biblioteca, ormai ricca – fra donazioni e furti – di oltre tremila volumi, gli permisero di continuare a gestirla.
Col ritorno della democrazia, prese la tessera del partito, ma non ebbe nessuna carica, né lui brigò per averne. Non me lo disse mai, ma avevo netta la sensazione che col socialismo del “Fronte popolare” se la dicesse poco. Nel suo Olimpo non avevano posto né Marx né Gramsci. Vi brillavano Cafiero (eredità paterna), Andrea Costa, De Amicis e Massarenti, l’apostolo delle Cooperative di Molinella, al cui capezzale volle essere quando morì.
Di Spartaco, incancellabili, mi rimangono nella memoria due episodi. Uno fu quando, su mio incauto invito, venne a Milano per assistere a un dibattito, non ricordo per quale anniversario, su Cuore, quello vero. Uno dopo l’altro si alternarono sul podio tre intellettuali di sinistra, all’unisono nella corbellatura di Garrone, il buono, e nell’esaltazione di Franti, il cattivo. Spartaco ascoltava quella sequela di fasullaggini esibizionistiche a testa bassa. Quando alzò su di me gli occhi smarriti, lo presi per un braccio, lo trascinai fuori e a piedi, senza parole, lo accompagnai alla stazione.
Tornammo ad incontrarci nell’ottobre del ’62, per il comitato centrale del partito che sancì la sua definitiva rottura col Piccì ed il passaggio nella maggioranza di centrosinistra. Spartaco era lì come delegato, e si pronunciò risolutamente contro. Gli dissi che, secondo me, sbagliava: dopo quasi un secolo di opposizione, era l’ora che i socialisti dimostrassero cosa sapevano fare, entrando nella stanza dei bottoni. Ci pensò un po’ su, poi disse: “Lo so, lo so. Ma il guaio è che nella stanza dei bottoni c’è anche la cassaforte…”. Nella sua semplicità, aveva capito prima e meglio di me.
Non mi stupisce che sia “morto d’amaro”: quest’ultimo anno dev’essere stato per lui un tormento. Mi rimorde solo di non aver fatto in tempo a dirgli: “Vecchio Spartaco, sputa l’amaro: la tua non è stata un’illusione: quello che muore è il socialismo dei Franti, non quello dei Garrone come te. Ascolta la parola di un impenitente conservatore che contro i socialisti si è sempre battuto. Fin quando gli uomini saranno capaci di un anelito di giustizia e di altruismo, quell’anelito sarà socialista. Su, fratello – su, compagno -, raccatta e sventola la tua bandiera”.

Da “La stecca nel coro”, Rizzoli 1999

2 commenti:

Marco Migliavada ha detto...

Da pelle d'oca.
Non sapevo di esser un socialista alla Franti. Grazie Indro.

Luisa L.G. ha detto...

Mi pervade un senso di nostalgia perchè penso che parole e pensieri così "vibranti", tensioni ideali così profonde e rispetto umano così sincero siano ormai cose di altri tempi.
Teniamoci stretti